“La tentazione” e lo scandalo sessuale dei carmelitani scalzi: presentazione 8 luglio, a Fabrica di Roma

Fabrizio Peronaci, caposervizio della redazione romana del Corriere della Sera, sempre attivo nella ricerca delle verità più difficili da tirar fuori, tra le quali quelle oscurate dal chiuso ambiente ecclesiastico, ha pubblicato ad Aprile un nuovo libro, edito da Centauria: “La tentazione”.

Cover_Tentazione-Peronaci-1Si tratta della rielaborazione, in forma di romanzo, del dossier sullo scandalo sessuale che ha colpito nel 2015 l’ordine dei Carmelitani scalzi, e della storia vera di padre Raspini, il quale, senza mai abbandonare l’istituto religioso maschile, ebbe una relazione durata tutta la vita con una professoressa di Lettere. Il prelato ebbe dalla donna anche due figlie e venne esiliato in un convento di provincia, naturalmente per mettere a tacere lo scandalo.

Quest’ultimo lavoro di Peronaci però riporta l’intero racconto della compagna di padre Raspini, anche in merito alla vicenda riguardante la scomparsa di un dipinto caravaggesco, avvenuta nel 1975, e la successiva incarcerazione del religioso: la donna ha fornito a riguardo anche documenti e spunti investigativi che hanno portato alla riapertura del caso, di competenza dei carabinieri del nucleo Tutela patrimonio artistico (Tpa).

Sabato 8 luglio, alle ore 21, Fabrizio Peronaci presenterà appunto il suo nuovo romanzo-verità, “La tentazione”, al Circolo “LaAV-letture ad Alta Voce” a Piazza Marconi (Fabrica di Roma, Viterbo), e interverrà dando anche notizia di un carteggio con il neocardinale Anders Arborelius, dell’ordine dei Carmelitani scalzi, in relazione appunto allo scandalo sessuale del 2015, ovvero gli episodi di prostituzione maschile a Villa Borghese da parte di alcuni padri carmelitani, che provocarono le pubbliche “scuse” di Papa Francesco. Il processo canonico relativo a questa vicenda però non è ancora iniziato e i frati coinvolti sono stati trasferiti.

L’occasione prevede l’accompagnamento musicale con l’arpa del giovane cantautore Dario Guidi, le letture di alcuni passi del libro e un dopocena. L’ingresso è libero.

Ricordo che Fabrizio Peronaci, in qualità di giornalista professionista, tra i vari libri ha pubblicato anche “Il Ganglio” (Fandango, 2014) e “Mia sorella Emanuela“, scritto con Pietro Orlandi (Anordest, 2011), essendosi oltretutto sempre occupato in prima persona del caso Orlandi. Su Facebook: “Giornalismo investigativo by Fabrizio Peronaci“.

 

 

La verità nei suoi occhi: la vita vince sempre.

“Credo nei lunghi cammini che danno chiarore all’ignoto.”

Questo romanzo mi ha sorpresa. Le prime pagine non mi stavano convincendo, non capivo quale fosse la storia di base, dove si volesse arrivare, se i personaggi avessero una propria profondità. Poi mi ha colpita! Credo che sarebbe molto interessante se da questo libro nascesse un film!
“La verità nei suoi occhi” è composto da un continuo alternarsi di epoche ed ambientazioni, che permettono la formazione di storie che si incontrano e si intrecciano, ognuna con la propria importanza, ognuna con il proprio messaggio da lasciare. Il colpo di scena è l’elemento di congiunzione di ogni vicenda dalla prima all’ultima pagina, condito da flashback che trascinano in un vortice di immagini e parole.

Un viaggio in un luogo lontano e felice, una coppia unita da un legame intenso che aspetta solo di essere illuminato dal sole di un figlio.

Poi il passato: ognuno ha la propria storia, ma non tutti si portano dietro qualcosa di così traumatico e coinvolgente come il protagonista di questo libro.

Daniele trova l’amore, quegli occhi in cui si riconosce, gli occhi in cui impara a vivere profondamente: dopo una vita passata a salvare altre vite come medico, trova una donna che salva la sua anima di uomo e gli fa scoprire di quanto amore egli sia capace.
Ci troviamo però durante l’ultimo conflitto mondiale, dunque le condizioni storiche, unite alla crudeltà di un colonnello tedesco che trova solo un oscuro vuoto dentro se stesso per ottenere tutto ciò che brama, non permettono ai due giovani di continuare a vivere questo amore.
Si scoprirà d’altra parte che la potenza del sentimento più profondo che l’essere umano sia in grado di provare ha vinto su tutto: sulla violenza, sulla guerra, sul vuoto.

Si scopre l’umanità nel luogo e nel tempo in cui di umano non c’è nulla. Si scopre l’amore dove sembrava essere dimenticato. Si scopre la vita dove aleggia la morte. A dimostrazione che il sentimento di chi è rimasto umano non può essere ucciso. Neanche da una guerra.

Anni dopo Daniele, grazie ad un viaggio con il suo nuovo amore e ad una bambina che riesce a guardare nel suo passato, coinvolgerà un suo amico, Matteo, per far luce su grande ipotetico cambiamento forse avvenuto anni prima e forse legato alla donna che precedentemente gli aveva rapito il cuore. Dunque Matteo, tra viaggi e nuovi travolgenti incontri, si troverà di fronte ad una difficilissima scelta: la verità è sempre la cosa giusta?
Di certo si può decidere di non rivelarla, ma non si può nascondere, perché la verità è sempre nei nostri occhi. 

Un libro che ci insegna, o magari ci ricorda, che una possibilità c’è sempre. Anche quando sembra finita, anche quando attraversiamo un dolore che sembra possa annientarci, anche quando non riusciamo a vedere “un oltre”, una luce, ci sarà sempre una nuova possibilità. Non cancellando il passato, ma portandolo nel nostro cuore, senza che possa prendersi il nostro presente, né il nostro futuro, ma solo i nostri ricordi, che non sono veli, ma sono fatti di profondità e ci ricordano di cosa siamo capaci. Un libro che ci insegna anche che le coincidenze sono solo coincidenze se vogliamo che siano tali! In caso contrario, ogni indizio può aiutarci a seguire la nostra strada, a chiudere porte rimaste accostate, a trovare la chiave per quelle che non abbiamo mai avuto il coraggio di aprire, a sciogliere nodi di cui non ci volevamo occupare. Un libro che ci insegna infine quanto sia difficile fare la cosa giusta, capire quale sia la cosa giusta, capire se davvero ci sia una cosa più giusta di un’altra in determinate situazioni.
Un libro pieno di storia ma colmo di futuro.

Il linguaggio medio-alto viene utilizzato nella meticolosa attenzione per i dettagli e per l’incredibile descrizione delle reazioni dei sensi; le parole scelte sono forti, potenti, entrano dentro l’anima con metafore che tutti noi almeno una volta abbiamo percepito tremanti. Le immagini sono così vivide ed intense che talvolta addirittura si può percepire la voce dell’autrice, spezzata dall’emozione.

Mi hanno toccata poi le osservazioni sul periodo di guerra, poste in una prospettiva diretta, dall’interno:
“Riflettete sulla considerazione comune a molti testimoni dell’olocausto: l’umanità ha il dovere di non dimenticare. La pazzia di pochi può arrivare a coinvolgere le gesta di molti, accecarli fino al punto di non riconoscere più nell’altro un proprio simile e legalizzare azioni considerate in altri momenti bestiali e improprie alla razza umana.” (p. 60)

“Erano i primi di luglio: il tempo passava, indifferente ai drammi della guerra, così come l’universo prosegue il suo infinito corso nell’alternanza delle stagioni, degli anni, delle evoluzioni astrali, lontano e distante dalle vicende umane.” (p. 24)
Quante volte l’abbiamo pensato: succede di tutto nella nostra vita, eppure la Terra continua a girare, le stagioni continuano il loro circolo, i fiori continuano a crescere, un giorno ci svegliamo e ci ricordiamo che l’esistenza continua, qualsiasi cosa accada.

Ecco, se un giorno volete ricordarvi che la vostra vita continuerà e avrà nuove possibilità di essere illuminata da una nuova luce, un nuovo amore, una nuova estate, immergetevi in questo romanzo breve, passando attraverso lontani paesi, epoche distanti, coincidenze e sentimenti, per emozionarvi e trovare una nuova forza.

Buona lettura!
Ludovica ☀

Ps. Ho cercato di rivelare il meno possibile della storia, ed è stato difficilissimo, perciò perdonatemi se è tutto poco chiaro, ma non credo sarebbe stato giusto fare altrimenti!


“La verità nei suoi occhi”, di Patrizia Doria, edito da Eretica Edizioni (2016). 

E non vissero felici e contente: l’esordio di Federica Cabras

Il tempo un po’ lenisce; leviga le rocce che si piantano nel cuore impedendogli di pompare sangue a dovere e libera i polmoni da quel peso che non permette respiri profondi. O forse quell’organo chiamato cuore lui non lo aveva più.

Quasi ogni volta che leggo un libro, mi viene da pensare che il titolo non c’entri assolutamente nulla con la storia oppure che si sarebbe potuto trovare qualcosa di meglio. In questo caso invece, è assolutamente perfetto per più di un motivo. Una storia nella storia, la volontà e il progetto di passare il resto della propria vita con la persona amata, davvero entrambi “felici e contenti”, una ricerca costante. E invece no!
I desideri e le scelte prendono strade diverse.

e-non-vissero-felici-e-contentiNon sono stata io a cercare questo libro: sono stata trovata e mi sono avvicinata senza troppe aspettative, quasi credendo che l’avrei terminato in mezza giornata. Invece mi sono centellinata le pagine per assaporarle meglio e viverle più a lungo, sempre più sorpresa mano a mano che leggevo! Neanche arrivata alla fine sono riuscita ad indovinarne l’epilogo. Un libro che non ha nulla di prevedibile e tiene ipnotizzati davanti alle pagine: la difficoltà nel chiudere il libro e smettere è incalcolabile. 

Si tratta di un thriller dannatamente umano nel quale nessuna riga risulta sprecata, nessuna pagina annoia, nessun evento apparentemente angoscia. La psicologia è trattata con molto interesse e sempre ci viene dato un assaggio di queste personalità imponenti, finché non arriviamo a conoscerle meglio di noi stessi. O magari a conoscere ancor più noi stessi, tramite loro.

Non si tratta di una storia in cui si soccomba agli eventi, in cui ci sono vittime del destino, in cui non ci sono seconde possibilità o scelte possibili: sempre i personaggi sono artefici del proprio destino. E li ho amati e disprezzati al contempo, quasi abbia visto in loro ciò che amo e ciò che odio di me stessa. Ciò che vorrei e non vorrei essere.

Aveva chiaramente paura di quello che lei avrebbe potuto fare. La conosceva. Non era una di quelle fragili donne represse che accetta ciò che la vita dà senza lamentarsi mai. Era saccente, sicura di sé, intelligente e arguta. Non avrebbe accettato nulla, non senza lottare. 

[Federica Cabras, E non vissero felici e contenti p.134]

Questo libro mi ha ferita e così è riuscito ad entrarmi dentro, trasmettendomi un turbine di emozioni diverse. Spero davvero che un talento così vero, colto, geniale e originale come Federica Cabras, continui con le sue vittorie e che questo libro possa arrivare a quante più persone possibili per la sua completezza e la sua forza travolgente.
Una bomba esplosiva!

Link per la mia recensione: L’Indipendente Quotidiano

Link per acquistare il libro:  Amazon; Mondadori Store;

Memento, il primo successo di Emelie Schepp

memento

“Memento” è un verbo latino, è l’imperativo di meminisse, ovvero “ricordare”: “Ricorda” è il significato del titolo del primo libro della trilogia di Emelie Schepp, uscito in Svezia nel 2014, e pubblicato in Italia quest’anno da Bompiani. È infatti questo imperativo il motore della storia della protagonista Jana Berzelius, una donna forte, vincente, energicamente determinata e dotata di un’intelligenza viva, la quale però, fin da bambina è inseguita da un sogno, che vive in modo tanto intenso da farle dubitare che si tratti di un semplice incubo. La donna eviterà di cercare la verità, finché non sarà la verità stessa a trovare lei.

whatsapp-image-2016-12-30-at-00-09-40Tutto nasce dal fatto che Jana, Pubblico Ministero di successo, si trova a dover lavorare al caso dell’omicidio di Hans Julien, capo dell’Ufficio Immigrazione. Pagina dopo pagina, è un continuo colpo di scena: niente è come sembra. Potrebbe apparire come un caso di routine, un giallo come un altro. Questa storia invece si differenzia totalmente da qualsiasi altro libro dello stesso genere letterario, a partire dal momento in cui le indagini si bloccano su un elemento, l’impronta della mano di un bambino nei pressi della finestra che avrebbe usato l’assassino per entrare nella casa della vittima. Ciò sembra inspiegabile, soprattutto perché non si riesce ad individuare alcun bambino.

Immigrazione clandestina, traffico di esseri umani, lo sfruttamento minorile per la gestione di un ampio giro di droga: elementi che entrano in scena fin da subito ma che si svelano a poco a poco, inquadrati dall’interno. Non c’è spazio per il buonismo in questa storia: la vendetta vince sulla legalità e le morti conseguenti non sono altro che dolorosi incidenti di percorso. Jana agisce da sola e con chi le può essere utile: passa sopra alla legge e a ciò che è giusto. A lei importa raggiungere il proprio obiettivo, scoprire la verità ad ogni costo, salvarsi e tornare alla sua vita con un nuovo punto di forza: se stessa. Ricordare e intraprendere un’indagine parallela darà a Jana la certezza che i suoi sogni sono in realtà immagini del suo passato, che la mente non ha mai rimosso. Tener fede all’imperativo, ‘memento’, dunque ritrovare la sua infanzia, le farà ritrovare anche sé stessa e capire come sia diventata una donna così coraggiosa e in grado di difendersi da qualsiasi pericolo.

Jana Berzelius è un personaggio complesso anche se apparentemente analizzabile, le cui caratteristiche sono il frutto tanto della sua forza brillante, innata, che le ha permesso di sopravvivere, quanto dell’addestramento ricevuto da bambina. Dunque non solo Jana e non solo Ker, la dea della morte, il nome che le rimarrà per sempre inciso sulla pelle.

<< Mi chiamo Jana. Questo è il mio vero nome. >>
<< Ma tu sei Ker. >>
<< No. >>
<<Sì invece! Nel tuo intimo sei esattamente quello che io ti ho addestrata a essere. >>
Jana non rispose.

(Memento, Emelie Schepp, Bompiani p. 377)

Il dato psicologico sarebbe stato facile da rendere banale. Invece no: Schepp scava a fondo nelle conseguenze della dipendenza e della perdita di sé; le scene di combattimento entrano nell’animo e insegnano molto a chi legge: la fiducia è qualcosa da gestire in modo accurato. Tutto nella storia appare studiato nei minimi dettagli. Eppure, chiudendo il libro, c’è ancora voglia di saperne di più.

La traduzione a mio parere non è eccellente nella scelta delle parole ma lo stile riesce ad essere adrenalinico, pur essendo estremamente descrittivo. Nessun dettaglio rimane in secondo piano e la sensazione è davvero quella di trovarsi in un sogno, da spettatori attivi. Ogni personaggio ha la propria vita da raccontare, non necessariamente funzionale alla storia generale. Ho letto infatti l’ultima parola del libro rimanendo con la voglia di interagire ancora con Danilo, Jana, i suoi colleghi, suo padre e sapere ancora di ognuno di loro.

Memento inoltre è geniale dal punto di vista editoriale soprattutto perché le pagine sono intervallate da brevi capitoli in corsivo, e tali capitoli raccontano i sogni, al di fuori del tempo e dello spazio presente nella storia. Un’opera stimolante e completa dunque, scritta senza lo spreco di una virgola e con un ritmo incalzante che mantiene vivo l’interesse non solo fino all’ultima pagina ma anche una volta chiuso il libro!

http://www.lindipendente.net/new_site/component/k2/item/2529-memento-il-primo-successo-di-emelie-schepp.html

“Dio di illusioni”: bellezza e terrore

Milton ha ragione: è la mente il nostro luogo, ed essa può fare del paradiso un inferno.

Scrivere di un libro come questo è difficile, perché riguarda me, ciò che ho amato, che amo e che mi ha cambiata nel profondo. Si tratta dunque di scegliere cosa nascondere e cosa invece provare a mostrare.

dionisoQuesto titolo, Dio di illusioni, è perfetto! Dioniso è il dio dell’Irrazionale, una delle sue caratteristiche era quella di essere πολυειδής (poliueidès), cioè multiforme e questo è il suo significato nella vita di ognuno, forse lo specchio di ogni ragazzo, sebbene non tutti abbiano il coraggio di affacciarcisi! Dodds ha scritto che Dioniso è “maestro d’illusione, colui che sa far crescere una vite da un legno di nave, e in generale rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è”. Ogni pagina del libro ricorda un aspetto di questa divinità: c’è un continuo contrasto tra ciò che affascina e seduce e ciò che è pericoloso e annienta. Il rituale dionisiaco era davvero “un fuoco di puro essere” ma il pericolo è proprio in questo: raggiungere l’estasi può essere meraviglioso e terrificante.
Questo conflitto è costante e chi narra ricorda da subito di sentire “un morboso desiderio verso tutto ciò che affascina” e di avere una “tendenza a considerare buone le persone interessanti”. Sarà questo lato della sua personalità a farlo precipitadio-di-illusionire in una storia ai limiti della follia ma che attrae in modo incontrollabile: “bellezza è terrore. Ciò che chiamiamo bello ci fa tremare.”

Cliccando qui, la mia recensione del libro “Dio di illusioni” di Donna Tartt, edito da BUR.

Lo leggerei ascoltando la musica dei Doors, perché credo sia un buon modo per avvicinarsi, seppur lontanamente, a percepire cosa possa significare “perdere il controllo di sé”, rimanendo dove si è.

 

Parola-àncora

<< Mi piace cercare le parole giuste. Le parole e il loro suono mi salvano. L’ho scoperto alle elementari, quando tutto è appunto elementare: con le parole metto l’àncora a tutte le cose che se ne vanno alla deriva nel mare che è dentro il cuore, le ormeggio nel porto della testa. Solo così smettono di sbattere tra loro, di arenarsi, di spaccarsi. Quando non conoscevo il nome di qualcosa di nuovo lo inventavo, e questo bastava. Da bambino ciò che si nascondeva sotto il letto nel buio della notte lo chiamavo “nerone” e ne avevo meno paura. Non sapevo dell’esistenza dell’imperatore romano, e quando l’ho scoperto mi è sembrato di averlo inventato io quel tiranno. Mi piacciono i giochi di parole, le rime, le assonanze e gli avverbi, soprattutto gli avverbi, ma anche la congiunzione “benché” seguita dal congiuntivo (anche questo l’ho imparato alle elementari e non l’ho più dimenticato) ha un effetto catartico sul mio cervello. “Catartico” è una parola-àncora: sono quelle che ormeggiano una grande quantità di cose. L’ho imparato studiando la tragedia greca e contiene l’effetto di rilassamento delle tensioni più dolorose: la paura e l’angoscia.>> pp. 32-33
“Ciò che inferno non è”, di Alessandro D’Avenia, edito da Mondadori (Milano 2014)

L’estratto non riguarda direttamente la trama ma descrive straordinariamente il mio amore per le parole, nato durante gli anni del liceo, al mio primo incontro con il greco antico.
A breve però pubblicherò i miei pensieri riguardanti questo libro!

Antigone

ciò che inferno non è.jpg

Genius: un film basato sul mio sogno!

Sono andata a vedere questo film perché, oltre al fatto che il cast è una bomba, riguarda ciò che vorrei fare io nella vita, cioè lavorare come curatrice editoriale. In realtà questa storia è molto di più: racconta la vita di Maxwell Perkins, l’editor della casa editrice Charles Scribner’s sons, ovvero colui che diede fiducia a pilastri come Hemingway e Scott Fitzgerald lavorando sulle loro opere e facendole pubblicare. Il focus è sul rapporto tra Max e Thomas Wolfe, una sfida. Un film potente, pieno di sentimenti e volto a mostrare il significato della vita tramite l’anima di ogni singolo personaggio, ognuno con una propria profondità e crescita. Perché il libro nasce dentro lo scrittore e quindi il redattore non lavora solo sulle pagine ma accompagna la persona stessa nel rapporto con la propria mente e la propria anima, cercando forse di farlo perdere il meno possibile. Nello specifico della storia, è importante anche ciò che Max ha trovato in Tom e viceversa: l’uno il figlio maschio che non aveva mai avuto, l’altro il padre forte che gli era mancato, e così è nato un sentimento fortissimo e colmo di contrasti. Una lotta interna, in ognuno. Insomma, sono rimasta ipnotizzata davanti allo schermo durante ogni secondo del film ed i battiti del mio cuore seguivano il ritmo delle scene, per poi rimanere muta uscendo su Via Cicerone. Ci sarebbe da scrivere tanto, ma preferisco lasciare qualcosa per me!
La mia recensione completa, qui.